

Il tunnel
Abraham B. Yehoshua
2018
È con una immagine assai emblematica che vediamo Zvi Luria, il protagonista de Il tunnel, penultimo romanzo di Abraham Yehoshua, incerto davanti al bivio probabilmente cruciale del racconto: "è forse la primavera che invade gli spazi vuoti della sua coscienza e lo spinge a rifiutare il percorso proposto dal navigatore per seguire quello consueto?".
Zvi Luria è un ingegnere stradale di settantadue anni in pensione a cui è stata da poco diagnosticata una atrofia del lobo frontale, seppure ancora in forma leggera. Le prime pagine del libro ci instradano da subito lungo un percorso che Zvi, uomo estremamente razionale per professione e assai curioso per attitudine, condividerà con reciproco e costruttivo affetto insieme alla moglie, Dina, stimata pediatra e donna coscienziosa (“Disorientamento, smarrimento, confusione. Troveremo altri termini” dice al marito, con affettuosa sensatezza), ai figli Yoav e Avigail, per quanto ognuno a modo suo e a distanza, e soprattutto con Maimoni, giovane ingegnere conosciuto quasi per caso e figlio di un ex collega di Zvi: Maimoni e Zvi, su suggerimento di Dina che intravede nella loro conoscenza uno stimolo per contrastare il declino cognitivo del marito, condivideranno (Zvi come esperto, Maimoni come progettista) l’ideazione e realizzazione di una strada ad uso militare all’interno di un’area archeologica e naturalistica di grande rilievo, ovvero il cratere Ramon, nel deserto del Negev a sud di Israele: la presenza di una famiglia araba in difficoltà porterà i due ingegneri a considerare, per proteggerne la latitanza, la possibilità di un tunnel attraverso la collina dove la famiglia ha trovato rifugio, anziché il suo spianamento, per quanto meno costoso e impegnativo.
Come già in molti dei suoi precedenti romanzi, anche con questo Il tunnel Abraham Yehoshua ci porta lungo tortuosi e spesso impervi percorsi attraverso Israele, muovendo dalle vivaci strade di Tel Aviv fino ai più antichi e misteriosi sentieri nel deserto del Negev, ripercorrendo più volte lo stesso itinerario e scoprendo così vari caratteri del paese e dei due popoli che lo abitano. Con questo romanzo però, oltre ad addentrarci nelle trame di Israele e con ciò nelle sue annose vicissitudini e contraddizioni, veniamo condotti lungo un altrettanto azzardato itinerario nella mente del protagonista, assediata da montanti timori riguardo il suo futuro e protetta al tempo stesso da un baluardo di razionalità e di imprevedibile e spesso ironica lucidità: i tanti capitoli del libro raccontano infatti la difesa che Zvi intraprende contro il destino (quello che l’esame con cui si apre il racconto ha indicato come quasi certo) e ne dispiega le varie strategie, imprevedibili proprio come le rotte lungo le quali si svolge questo romanzo, mettendo in evidenza situazioni alle quali la vita di Zvi si avvolge e dalle quali si districa, di volta in volta con rinnovata vitalità (Zvi dimentica i nomi propri delle persone ma di ogni nuovo nome pretende con avidità di conoscerne il significato; si perde in un teatro lirico ma alla rappresentazione che pure conosce bene vuole assistere comunque fino alla fine; è fiero delle prestazioni della sua automobile ma si fa tatuare su un braccio il codice dell'antifurto temendo di poterlo dimenticare; ama infinitamente la moglie ma si lascia innocentemente intrigare dal fascino di altre donne).
È appunto un groviglio di strade, di incroci, di spazi aperti e di vuoti quello in cui si muove il protagonista, simile al suo cervello afferma Zvi più d'una volta, cervello che paragona anche, scherzosamente, ad una shakshuka, multiforme pietanza tipica che Zvi ama spesso preparare.
È proprio perché il libro tratta di strade e di spazi che la frase citata all’inizio assume il valore di uno spartiacque: Zvi, guidando la sua macchina e costretto a scegliere se deviare o meno per evitare un ingorgo, ha un piccolo incidente che comporterà, associato alla sua condizione, il ritiro della patente. La strategia difensiva adottata nei confronti del destino subisce così inevitabilmente una prima piccola disfatta, e con essa un cambio di passo in questo animato resoconto di tornanti, di incroci, di dislivelli e appunto di tunnel: alla fin fine il compimento del progetto dei due ingegneri, Zvi e Maimoni, altro non è che l’addentrarsi in un territorio e in una materia tanto conosciuta quanto infinitamente oscura quale è il cervello umano e Yehoshua, nelle ultimissime pagine, ne raffigura con freddissima precisione e vivacità immaginifica quello che potrà essere l’esito: infatti il nome del protagonista, Zvi, significa cervo e, proprio sulla collina attorno alla quale ruota tutta la storia e attraverso cui dovrà passare il tunnel, è con un cervo, colpito "in testa, fra le corna" da una fucilata dell’anziano patriarca che lì si è rifugiato insieme alla sua famiglia che si conclude significativamente il romanzo, con chirurgica e disincantata esattezza.
