

Infinito presente
Flavio Pagano
2017
Non è un romanzo vero e proprio questo Infinito presente di Flavio Pagano, con il quale l’autore racconta la malattia dell’anziana madre, Sara, affetta da Alzheimer e tuttavia non è soltanto un resoconto, pur descrivendo molto dettagliatamente e quasi giorno per giorno il suo ultimo anno di vita. Si tratta piuttosto di un esperimento: il libro sembra infatti configurarsi strada facendo, pagina dopo pagina, fino ad assumere le sembianze di una sorta di quinta teatrale, con la quale vengono evidenziati i tre fondali di questa storia: la grande casa di famiglia dove i protagonisti vivono da generazioni, la città di Napoli e Petina, un borgo dove Sara, allora ragazza, fu costretta a sfollare per un anno, insieme alle sue sorelle, a causa dei bombardamenti del 1943 e dove i suoi ricordi sono rimasti più di tutto legati.
Pagano elabora questo esperimento assecondando due direzioni: una è la sua visuale sui fatti, sul doloroso declino della madre, sulla amorevole e appassionata partecipazione di tutta la famiglia e sulla contagiosa e creativa complicità tra i suoi membri. L’altra direzione è quella intrapresa da Sara, i cui ricordi, nella consapevolezza della loro friabilità, vengono da lei scarabocchiati su pezzetti di carta e soprattutto ci vengono riferiti dall’autore stesso che decide di identificarsi alla figura della madre e insieme a lei vengono recuperati, riordinati e valorizzati: “ditelo a tutti” e “non lasciatemi scomparire così” sono gli imperativi di Sara che Pagano fa suoi. E lo fa ispirandosi ad una nota terzina della Commedia di Dante, terzina “spericolata” per definizione dello stesso Pagano: “Perché non satisface a’ miei disii? / Già non attendere’ io tua dimanda, / s’io m’intuassi come tu t’immii”: appunto, l’immedesimazione.
E così il racconto si svolge attraverso le stanze della grande casa e sotto i bombardamenti americani, nella campagna attorno a Petina, e nella Napoli dei nostri giorni in un continuo cambio di prospettiva e su questi sfondi, sui quali si posa di volta in volta lo sguardo di Pagano e quello di sua madre, si muovono i personaggi, caratterizzati con trasporto e aderenza: tramite i movimentati ricordi della madre di Pagano vengono ricostruiti pezzi della storia della sua famiglia di un tempo e di quella presente e in più viene raffigurata con fedeltà la sua personalità, di bambina, di ragazza innamorata, di donna determinata e di madre premurosa e contemporaneamente assistiamo, con lei, all’ineluttabile sgretolarsi del suo presente, agli spazi domestici che si fanno labirintici, ai volti familiari che si confondono, scompaiono, riappaiono come fantasmi. In più, situazioni che Sara è tuttora convinta di vivere, come la guerra e gli sfollamenti, e azioni che è sicura di svolgere ancora, come la realizzazione di un maglione per il fidanzato, poi marito e quindi padre di Pagano, oppure convinzioni come quella della propria giovanile e assai corteggiata bellezza, ripetute con sfumature diverse definiscono il tono della rappresentazione, più leggero a volte, più grave altre, spesso commovente se non proprio straziante.
Dalla prospettiva dell’autore invece vediamo la realtà da molto vicino, ne percepiamo la concitazione e le tregue, ne constatiamo le difficoltà e la durezza e viviamo con lui e con gli altri protagonisti i loro momenti di speranza, i momenti del realismo e quelli del disincanto. Alternandosi, i punti di vista di Pagano e della madre inquadrano quello che forse è il nucleo tematico di questo libro, e per estensione della malattia in sé: la contrapposizione tra la realtà e la finzione, e la conseguente deformazione del tempo e con esso dell’identità.
E in questa dialettica tra la realtà concreta, aspra, dolorosa ma anche vitale e fragrante e la finzione, del passato rivissuto di Sara e nel suo presente, fantasmatico, parossistico e inafferrabile, l’unica verità che emerge in maniera certa è quella dei sentimenti, in forma di una rete di affetto, tenerezza, premura, amore e che tiene saldamente insieme la famiglia mettendola al centro della scena come baluardo di determinazione e salvezza: sono innumerevoli gli assalti alla stabilità che movimentano la scena ma proprio questo baluardo consente a Pagano di gestire la situazione così come le fila della sua narrazione. Avvalendosi infatti degli strumenti a lui più congeniali l’autore mette in scena un racconto necessario e vitale che tratta la materia dell’Alzheimer con un piglio del tutto originale, colorando situazioni in sé assai cupe e ritraendo con abilità i protagonisti così da evidenziarne l’energia e l’amore, soprattutto quello di Sara, prezioso per tutti e indistruttibile, anche dopo la fine.
