

Un buon posto in cui fermarsi
Matteo Bussola
2023
Leggere questo libro è un po’ come osservare qualcosa dall’alto, una piazza da un balcone per esempio, e pagina per pagina seguire con lo sguardo uno o l’altro dei passanti che la attraversano incrociandosi, ognuno con una particolarità che spicca e lo isola dagli altri; oppure è come scorrere un mappamondo sul quale la moltitudine di campiture di differenti colori lascia immaginare differenti morfologie, differenti linguaggi, differenti costituzioni, differenti storie.
I quindici capitoli che compongono questo libro (ognuno di essi ha per titolo il nome della persona che vi viene narrata) sono ritratti più o meno sintetici di altrettanti uomini, ognuno dei quali portatore di specifiche caratteristiche che l’autore riporta in precisi dettagli: Matteo Bussola infatti immagina questo libro come un lungo racconto notturno, una fiaba forse, per il suo bambino nato da poco con la quale lasciargli intravedere, come primo viatico del suo futuro, la varietà e la sostanza di ciò che “fa di un uomo un uomo”: le ambizioni, gli slanci di generosità, l’attenzione per gli altri, il coraggio ma anche le disattenzioni, le debolezze, le meschinità, le delusioni (le promesse mancate, dice l’autore). La peculiarità di questo libro è che i quindici movimentati capitoli nella loro successione sono legati dalla messa a fuoco su di un personaggio, secondario nella storia che di volta in volta ci troviamo a leggere ( del quale spesso c’è poco più di un accenno) poi promosso a protagonista di quella successiva, ridisegnando così questa raccolta di brevi schizzi in una forma di affresco corale, seppure molto agile e quasi istintivo. E così sfogliando il libro veniamo a conoscenza di padri inadatti a comunicare con i figli, di ragazzi costretti all’autolesionismo da una presunta inadeguatezza nel mondo, di anziani mariti che si misurano per la prima volta e tardivamente col vuoto del loro matrimonio, di giovani professionisti che decidono di cambiare radicalmente stile di vita (e questo capitolo è Stefano, la cui storia apre e chiude il libro e alla quale il titolo, il ”buon posto in cui fermarsi”, fa esplicito riferimento), di decisioni coraggiose che cambiano le proprie esistenze così come di scelte apparentemente irrisorie che incidono per sempre sulla vita degli altri. E poi uomini violenti, uomini a disagio nel proprio corpo, uomini che del proprio corpo ne fanno uno strumento di lavoro, uomini che bilanciano con la loro energia la gracilità dei figli. Ma è un capitolo di questo libro a risultare uno dei più appropriati e commoventi distinguendosi in qualche modo dagli altri, a dispetto della sua brevità: Arnaldo. In poche pagine assistiamo alle amorevoli cure che Arnaldo dedica all’anziana moglie, gravemente malata di Alzheimer, scoprendo insieme a loro quanto l’identità della persona e l’intimità dei corpi si costringano ad assumere nuove forme, un nuovo linguaggio, nuove finalità. In pochissime righe il periodo di tempo tra le prime avvisaglie della malattia e la condizione presente e definitiva trascorre senza nascondere la sua dolorosa drammaticità ma anche con i suoi lampi di lucidità e la calorosa e mai del tutto scomparsa complicità tra i due coniugi (“questa complicità clandestina” la chiama Arnaldo).
Come suggerisce il titolo del libro, ciò che tiene assieme queste storie così variegate, ciò che amalgama questi sparsi frammenti esistenziali è il desiderio (o assai più spesso la necessità) di trovare, o meglio ritrovare, lo spazio in se stessi, nella propria solitudine, e la volontà di riuscire in un certo senso a vedercisi da fuori e di provare a definirsi, di provare a plasmare un fondamento di sé sul quale configurare un cambiamento (o una ri-costruzione) ed è curioso come la storia narrata nel capitolo intitolato ad Arnaldo risulti – paradossalmente – la più trasparente, la più lineare, ma a ben pensarci è il loro legame, seppure nella tragicità degli eventi, a risultare il più solido, laddove qualcosa di cementato da tempo impedisce alla malattia di intaccarne le basi, e alla fine questa è l’unica storia nella quale il protagonista non è mai davvero solo, una storia nella quale ogni scelta, anche quella di fermarsi, contiene una sua inscalfibile compiutezza.
