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Un uomo e una donna anziani seduti a un tavolo guardano con preoccupazione vecchie fotografie e biglietti.

Quando la demenza colpisce due volte: l’allarme sui coniugi

20 luglio 2026

Una ricerca nazionale su quasi un milione di persone sposate accende i riflettori su chi assiste ogni giorno un familiare

Quando in una coppia arriva una diagnosi di demenza, la vita cambia per entrambi. Ora un vasto studio suggerisce che anche il coniuge inizialmente sano potrebbe entrare in una fascia di rischio più elevata. I ricercatori hanno analizzato i dati sanitari nazionali di Taiwan dal 1998 al 2022, costruendo una coorte di 955.105 persone sposate. Ogni coniuge di una persona con una nuova diagnosi di demenza è stato confrontato con quattro individui simili per anno di nascita, sesso, reddito e area di residenza. Nelle donne esposte il rischio relativo di ricevere a loro volta una diagnosi è risultato superiore del 74%, negli uomini del 69%. L’associazione è rimasta stabile anche dopo aver considerato numero di figli, utilizzo dell’assistenza sanitaria e diverse patologie presenti nella coppia.

Percentuali come “più 74%” possono spaventare, ma non significano che tre persone su quattro svilupperanno la demenza. A cinque anni, l’incidenza stimata era del 6,47% nelle donne con un coniuge affetto, contro il 3,72% nei controlli: una differenza di 2,75 punti percentuali. Negli uomini era del 9,24% contro il 5,75%, con 3,49 punti di differenza. Il rischio relativo appariva più marcato nelle età più giovani, mentre l’aumento assoluto diventava maggiore con l’avanzare dell’età, quando la probabilità di base della malattia è già più alta. Risultati simili sono emersi anche considerando separatamente malattia di Alzheimer e demenza vascolare, sebbene le diagnosi dei sottotipi ricavate dai dati amministrativi richiedano maggiore cautela.

Lo studio non dimostra che assistere il partner provochi direttamente la demenza e, naturalmente, la malattia non è contagiosa. Gli autori indicano diversi meccanismi che potrebbero sovrapporsi. Le persone tendono a scegliere partner con livelli di istruzione, condizioni economiche e comportamenti di salute simili; negli anni condividono alimentazione, attività fisica, fumo, accesso alle cure e fattori cardiometabolici. A questo terreno comune può aggiungersi il carico dell’assistenza: stress cronico, depressione, sonno frammentato, isolamento sociale e minore cura di sé possono erodere nel tempo la salute cognitiva del caregiver. Tuttavia questi elementi non sono stati misurati direttamente, quindi restano ipotesi plausibili e non spiegazioni definitive.

Un segnale interessante riguarda il contesto familiare. L’eccesso di rischio assoluto tendeva a ridursi tra le persone con redditi più elevati o con più figli, forse perché possono contare su maggiori risorse, assistenza professionale o una rete capace di dividere il lavoro di cura. Ma il numero dei figli è soltanto un indicatore indiretto: non dice chi sia davvero presente né quanto aiuto venga offerto. Lo studio, inoltre, si basa su diagnosi assicurative, non dispone di dati su istruzione, dieta, movimento, intensità dell’assistenza o biomarcatori e non può stabilire un rapporto di causa-effetto. Il messaggio più utile non è allarmare i coniugi, ma considerarli parte della prevenzione: controllare pressione, diabete, udito e sonno, proteggere attività fisica e relazioni sociali, riconoscere depressione e sovraccarico, offrire periodi di sollievo e sostegno concreto. Quando la demenza entra in una casa, la presa in carico dovrebbe riguardare l’intero nucleo familiare.

Fonte della notizia: https://www.mondosanita.it/news/studi-e-ricerca/104178/quando-la-demenza-colpisce-due-volte-lallarme-sui-coniugi.html

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