Alzheimer e demenza: al museo manzù l’arte entra nel percorso di cura
13 luglio 2026
A cura del Prof. Massimo Marianetti, Responsabile del Servizio di Neuropsicologia e del Centro Disturbi Cognitivi e Demenze (CDCD) e Direttore Medico-Scientifico del Centro Sperimentale Alzheimer presso l’Ospedale San Pietro e l’Istituto San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli-Roma).
La Malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza e rappresenta una delle principali sfide sanitarie e sociali del nostro tempo. Colpisce soprattutto le persone oltre i 65 anni e determina un progressivo deterioramento della memoria, del linguaggio, dell’orientamento e di altre funzioni cognitive, compromettendo gradualmente anche l’autonomia nella vita quotidiana. In Italia si stima che oltre un milione di persone convivano con una forma di demenza, nella maggior parte dei casi riconducibile alla Malattia di Alzheimer. Dietro questi numeri ci sono anche milioni di familiari e caregiver che ogni giorno affrontano il difficile compito dell’assistenza.
Nonostante i notevoli progressi della ricerca abbiano migliorato la conoscenza dei meccanismi alla base della malattia e aperto nuove prospettive terapeutiche, non esiste ancora una cura in grado di arrestarne l’evoluzione. Per questo motivo gli interventi non farmacologici hanno assunto un ruolo sempre più importante. Tecniche quali Musicoterapia, Arteterapia, Pet therapy, Riabilitazione cognitiva, Yoga della Risata, Giardino Alzheimer, Doll Therapy sono oggi considerate risorse preziose perché contribuiscono a mantenere le capacità residue, ridurre molti disturbi comportamentali e migliorare il benessere psicologico e relazionale della persona intesa in senso olistico.
Tra queste esperienze si è sviluppata negli ultimi anni anche la cosiddetta Museoterapia, un approccio innovativo che considera il Museo non solo come luogo di conservazione del patrimonio artistico, ma anche come uno spazio capace di favorire salute, inclusione e benessere. L’incontro con l’arte offre infatti alle persone con demenza un’occasione per esprimere emozioni, condividere ricordi e ritrovare modalità di comunicazione che la malattia tende progressivamente a compromettere. Le Neuroscienze hanno contribuito a spiegare perché l’arte possa avere un effetto così significativo. Quando osserviamo un’opera d’arte si attivano contemporaneamente diverse aree del cervello coinvolte nella percezione visiva, nell’elaborazione delle emozioni, nella memoria autobiografica, nell’attenzione e nei processi decisionali. Poche altre esperienze sensoriali sono in grado di stimolare una rete cerebrale così ampia e complessa. Questa particolare capacità rende il Museo un ambiente estremamente favorevole per le persone con Malattia di Alzheimer e Demenza. Sebbene la memoria recente sia spesso compromessa, le emozioni e i ricordi più lontani possono ancora essere evocati da un’immagine, da un colore o da una scultura.
L’opera d’arte diventa così uno stimolo capace di favorire il dialogo, la partecipazione e la relazione con gli altri. L’esperienza estetica non sostituisce le terapie farmacologiche, ma le affianca efficacemente. Molti professionisti che operano nel campo delle demenze descrivono l’arte come un ponte tra il mondo interiore della persona e la realtà che la circonda, un ponte che la malattia tende lentamente a interrompere ma che, almeno per alcuni momenti, può essere ricostruito. Il primo Museo a tradurre queste intuizioni in un progetto strutturato è stato il Museum of Modern Art (MoMA) di New York. Nel 2006 è nato il MoMA Alzheimer Project, un’iniziativa pionieristica che ha riconosciuto il Museo come possibile luogo di cura e di benessere per le persone con demenza e per i loro familiari. Attraverso visite guidate dedicate, laboratori e momenti di osservazione condivisa delle opere, il progetto ha dimostrato come il contatto con l’arte possa migliorare la partecipazione, la comunicazione e la qualità delle relazioni, diventando un modello seguito da numerose istituzioni culturali in tutto il mondo.
Con l’obiettivo di diffondere questa esperienza, il Dipartimento Educazione del MoMA, con il sostegno della MetLife Foundation, ha promosso programmi di formazione rivolti a operatori museali e professionisti sanitari interessati a sviluppare iniziative analoghe. Anche in Italia sono nate esperienze significative. Tra queste si distingue il progetto “Bellezza per ricordare”, promosso dal Centro Alzheimer dell’Istituto San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Genzano di Roma. Negli ultimi quindici anni centinaia di persone con demenza hanno partecipato a percorsi museali presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea e il Museo delle Civiltà di Roma, sperimentando un approccio che mette al centro la persona, le sue emozioni e le sue capacità, piuttosto che la malattia.
Queste visite sono molto diverse da una tradizionale visita guidata. Lo scopo non è trasmettere nozioni di storia dell’arte o verificare conoscenze, ma creare uno spazio di ascolto e di dialogo. Le opere diventano occasioni per raccontare esperienze, condividere emozioni, evocare ricordi e favorire la conversazione. Non esistono interpretazioni giuste o sbagliate: ogni osservazione viene accolta e valorizzata, permettendo a ciascun partecipante di sentirsi coinvolto e protagonista. Anche i familiari hanno un ruolo fondamentale. Vivere insieme l’esperienza museale significa ritagliarsi un momento diverso dalla quotidianità dell’assistenza, riscoprendo modalità di relazione più serene e spontanee. Per molti caregiver questi incontri rappresentano un’opportunità preziosa di condivisione e sostegno reciproco. Più recentemente il progetto si è esteso anche al Museo Manzù di Ardea (RM) dedicato a uno dei più importanti scultori italiani del Novecento. Giacomo Manzù ha saputo unire la tradizione della scultura italiana a una sensibilità profondamente moderna, realizzando opere che ancora oggi colpiscono per la loro intensità espressiva. Le sue figure raccontano temi universali come l’amore, la maternità, la spiritualità, il dolore e la pace con un linguaggio essenziale ma ricco di umanità. Tra le sue opere più celebri figurano i Cardinali, gli Amanti e la monumentale Porta della Morte della Basilica di San Pietro. La forza comunicativa delle sue sculture, la chiarezza delle forme e la capacità di suscitare emozioni rendono il suo Museo un luogo particolarmente adatto ai percorsi di Museoterapia.
In questa cornice un gruppo di dieci persone affette da Malattia di Alzheimer e altre forme di Demenza, accompagnate dai propri familiari, ha preso parte a un percorso esperienziale condotto dalla Museologa Miriam Mandosi, referente in questo ambito del prestigioso progetto “Ritrovarsi al Museo” con la collaborazione della Narratologa Elena Zagaglia e del Gruppo di sostegno/stimolazione psicologico “Nessuno ci può giudicare” del Centro Alzheimer dell’Istituto San Giovanni di Dio. L’iniziativa rappresenta un esempio concreto di collaborazione tra istituzioni culturali e servizi sanitari, dimostrando come il patrimonio artistico possa contribuire al benessere delle persone e favorire l’inclusione sociale.
L’arte e la creatività accompagnano l’umanità fin dalle sue origini e continuano a parlare un linguaggio universale, capace di raggiungere anche chi vive con una grave compromissione cognitiva. Un’opera d’arte può suscitare emozioni, risvegliare ricordi e creare una relazione autentica anche quando le parole diventano difficili. In un’epoca in cui il concetto di prescrizione sociale sta cambiando il modo di concepire la salute, riconoscendo il valore terapeutico delle attività culturali e relazionali, il Museo può assumere un ruolo sempre più importante nei percorsi di cura. Da luogo dedicato alla conservazione della memoria collettiva, può trasformarsi in uno spazio di incontro, benessere e partecipazione, offrendo alle persone con Malattia di Alzheimer non solo stimoli cognitivi, ma anche occasioni concrete di relazione, dignità e qualità della vita.
“Il tuo vivere e la tua concezione della vita, sia libera da ogni pregiudizio, ma sostenuta da quella disciplina morale che fa l’uomo libero e coraggioso. Non prendere l’abitudine di raccomandarti a Dio, ma ringrazialo sempre per tutto quello che fai di bello e di buono”. (G. Manzù)
Fonte della notizia: https://www.lavocedeimedici.it/2026/07/13/alzheimer-e-demenza-al-museo-manzu-larte-entra-nel-percorso-di-cura
