

Io sono Nina: Storia di una demenza senile
Gabriella Mazzon Venturati
2016
In uno dei suoi ragionamenti, durante i quali mette a fuoco la consapevolezza delle circostanze o rinnova le nozioni acquisite riguardo la malattia della madre, l’autrice, Gabriella Mazzon Venturati, si risponde con una acuta intuizione, determinante per l’intero racconto: “è forse questo che non si perdona ai vecchi? Questo essere creativi alla rovescia”. Di fatto tutto il libro, Io sono Nina, è un inesausto dialogo dell’autrice con se stessa che, ripercorrendo tra dubbi, conferme e, appunto, intuizioni i momenti salienti del declino della madre costantemente si valuta, si rimprovera, si rappacifica, convinta della insensatezza del destino – seppure non assuefatta ad essa – o, più precisamente, del mistero della vecchiaia, della sua assurdità e della naturale incapacità di accoglierla nella sua pienezza, nella sua assolutezza: che cosa è la vecchiaia? Che cosa è un vecchio? È questa domanda tra le tantissime altre, tanto stringenti quanto spesso irrisolte, ad essere la più ricorrente e che viene posta con toni di volta in volta più incerti o più affermativi.
Il periodo che l’autrice di questo racconto trascorre con la madre in attesa del rientro dalle ferie della badante la costringe a confrontarsi con i propri nodi esistenziali più stretti e che fino ad allora forse non aveva compiutamente sviscerato, o perlomeno non in questa maniera. Inoltre, la ridotta distanza tra questo periodo e quello che l’ha vista coinvolta insieme a suo marito nella malattia e nella morte della suocera acuisce dolori e interrogativi ancora accesi e impellenti e dunque, procedendo nella stesura di questo resoconto, il tenore di questi interrogativi si fa più incalzante e il silenzio – se non il vuoto – che contorna le possibili risposte aggrava la pena nei confronti della madre. Tra le tante questioni che l’autrice pone a se stessa quelle relative a che cosa sia l’identità quando questa viene progressivamente sgretolata dalla malattia, a che cosa sia il pensiero quando non più capace di “pensarsi”, a che cosa sia la morte e quanto essa faccia parte della vita risaltano tra quelle più dolorose ma forse più necessarie per addentrarsi in territori così estremi come quello attraversato in queste pagine.
Nina, la madre dell’autrice, conserva di sé soltanto il proprio nome e il suo contatto con la realtà è limitato ai pasti, allo sfogliare passivamente riviste e a qualche sporadica interazione con la figlia, che sempre più spesso non riconosce, ed è lo sgomento che questa condizione di “svuotamento” produce (“questo mondo fatto di persone respiranti in corpi che sono già oltre il limite della vita” constata ad un certo punto l’autrice) a indurre quegli interrogativi disseminati tra le pagine che pur restando a volte senza una vera e propria risposta sono l’autentico pungolo affinché la vita di chi accompagna l’anziano (e il malato) possa procedere nella sua pienezza, a dispetto dell’assurdità che la contraddistingue: la rabbia così come l’indifferenza, la violenza implicita in certi giudizi, l’esasperante ripetitività di certe situazioni vengono contrastate dalla volontà del pensiero a non farsene sopraffare e la persona di Nina viene preservata nella sua fragilità e guidata con amore e rispetto fino alla fine, momento questo che la Venturati indaga ininterrottamente, non per esorcizzarlo ma per accettarlo nella sua più profonda verità.
