

Principio, metà, fine
Valeria Luiselli
2026
“Voglio scrivere del senso di perdita, della perdita anticipata, ma anche di tutto ciò che può essere salvato.”
“Non ne sono sicura, ma penso che la madre della narratrice stia perdendo la memoria e la narratrice sia preoccupata e voglia fare qualcosa, così le chiede di tradurre il romanzo, per tenerla occupata, perché continui a ricordare le cose accadute.”
“…e poi ha voluto dimenticare tutto quello che ha visto, e così ora sta dimenticando tutto.”
Scegliendo queste considerazioni dell’autrice, raccolte quasi a caso tra le pagine del libro, si può forse individuare l’obiettivo di questo romanzo, Principio, metà, fine e il percorso tramite il quale cercare di raggiungerlo. Ma non è esattamente così: il problema che assilla la protagonista di questo romanzo di Valeria Luiselli, ossia gli incipienti deficit di memoria della madre, pressoché identici nelle modalità e nella temporalità a quelli che afflissero la nonna, è soltanto il pungolo – comunque urgente – per un viaggio assai profondo e sfaccettato in quello che può essere considerato uno degli scenari più ancestrali, polimorfi e smisurati della nostra cultura: la Sicilia, dunque il Mediterraneo, dunque la Grecia, dunque il Mito, e così via…
L’ossatura della storia è costituita dal viaggio di una donna e di sua figlia dodicenne (dopo il doloroso divorzio dal marito, patrigno della bambina) a ritroso lungo la strada che dal Messico, dove è nata, la conduce fino alla Sicilia, fino a Catania dove si stabiliranno per un periodo prima di esplorare la contrada dove la nonna della narratrice è nata e da dove è avventurosamente partita per raggiungere l‘America. Questa l’ossatura appunto, ma è tutto il resto del corpo del romanzo, il suo organismo, ad essere vitale, palpitante di una natura quasi tangibile e allo stesso tempo inafferrabile e perturbante: le due protagoniste infatti si muovono lungo le strade e nei vivaci mercati di Catania, e poi nelle ventose e assolate campagne dell’entroterra, alla ricerca di un filo che leghi tra loro queste quattro generazioni, e lo fanno impegnandosi nell’approfondimento di storie e di miti, in colloquio ideale con i loro autori e con i loro protagonisti: e sono Plinio il Vecchio, con le sue Storie Naturali (le cui didascalie scandiscono magneticamente i paragrafi di questo romanzo) e Proteo, la divinità delle metamorfosi e delle predizioni, le due guide, i due Virgilio del racconto. E poi tanti altri personaggi, mitici (su tutti Ulisse, verso il quale la narratrice usa giudizi aspri, spiegando alla figlia la tragedia delle Troiane di Seneca) o in carne ed ossa, come l’amico e amante della protagonista o il pescatore che le ospita verso la fine del romanzo e tanti ambienti tipici, a partire dall’appartamento dove risiedono, o dalla chiesa di Sant’Agata a Catania con l’Etna incombente in lontananza oppure paesaggi, come le colline ora minacciate dal fuoco e che Plinio definì “memoria del mondo”, memoria scavata però dall’opera dell’uomo – o dalla malattia, ragiona la bambina pensando alla sua di nonna – e tante situazioni vere o immaginate che si manifestano direttamente dalle riflessioni della narratrice, dai racconti lontani di sua madre, dalle letture della bambina, dalle tante coincidenze e dalle tante sfuggenti premonizioni (attribuite dalla bambina allo stesso Proteo, raffigurato in un frammento di mosaico, oggetto tramandato dalla capostipite e inseparabile da loro, come ulteriore e ineffabile co-protagonista del romanzo).
Tutta questa materia, tutto questo scavo archeologico/archetipico e tutta la vita quotidiana e brulicante che trapela dai resoconti della narratrice e dalle sue tantissime digressioni (culminanti nella bellissima sequenza di cartoline e fotografie che chiude inaspettatamente il libro) sono forse la risposta alla iniziale preoccupazione che motiva la composizione di queste pagine (di questi frammenti), ma sono anche l’invenzione di un possibile antidoto allo sviluppo della malattia mettendo in scena, plasticamente e paradossalmente, il caos, ovvero la vita, incessante e ribollente (come lo sfondo dell’intera storia dove il vulcano in eruzione determina le scoperte e i presentimenti e le intuizioni dei personaggi) e apparentemente incomprensibile, a meno che non si guardi indietro, alla propria storia e alla Storia, alle pagine dei classici, dove tutto è stato già scritto e tutto si compie come insegnamento e rimane infine come inequivocabile eredità, appunto: principio, metà, fine.
