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Ricordati di me: la bicicletta scassata e altre storie

Ricordati di me: la bicicletta scassata e altre storie

Monica di Rocco e Talia Antonietta

2023

Monica Di Rocco e Talia Antonietta, Ricordati di me: la bicicletta scasata e altre storie. Editore De Ferraris, Genova, 2023.

È il racconto di una figlia che realizza il sogno di sua madre, pubblicando un libro sulla sua infanzia "…Prima di ammalarti, ogni sera, sul quaderno appuntavi i ricordi legati alla tua terra d’origine, il Molise… le tur radici che nemmeno la malattia d’Alzheimer ha potuto cancellare...".


Infatti, il primo capitolo riporta gli appunti di Antonietta, mamma dell’autrice, iniziati nel 1996. Il testo è corredato da bellissimi disegni e foto connessi alla narrazione. Nata nel 1947 era la settima di 11 figli in una famiglia di contadini. La Liguria è stata la sua seconda regione perché c’era andata da bambina e poi lì ha incontrato suo marito. Entrambi hanno lavorato con i fiori e si sono sposati in quella regione affacciata sul mare. Hanno avuto tre figli, di cui l’ultima è l’autrice di questo libro. La famiglia è sempre vissuta a Grimaldi, un paesino vicino al confine con la Francia.


È nel primo capitolo che Antonietta, protagonista di questo bellissimo racconto, inizia a descrivere la sua vita, che si svolge nel Molise del dopoguerra. Gli anni trascorsi in una capanna fatta dal padre con paglia e argilla, l’acqua per bere che si andava a prendere lontano. I materassi fatti con le foglie del granturco e solo più tardi con la lana delle pecore "...Io prendevo la vita come un gioco… i vestiti con le toppe... i giocattoli di creta...".

Gli inverni piovosi e con la neve, le querce utili per sfamare i maiali, ma tagliate per scaldarsi, i genitori che lavoravano per gli atri. Poi la terra e la casa assegnate alla famiglia; finalmente la soddisfazione di lavorare per sé stessi. Antonietta era piccola, ma si occupava delle pecore e di una mucca portandole al pascolo, a bere e poi a casa. I prodotti migliori si vendevano per compare le cose che servivano. Le stagioni che si alternavano con colori diversi. La trebbiatura d’estate con le feste per il raccolto, e il pranzo tutti insieme. Il ricordo della grande stanza della casa divisa da una tenda, dietro c’erano tutti i letti, davanti la cucina. Occuparsi delle sorelle più piccole quando i genitori andavano a lavorare "...I vestiti erano pieni di pezze, ma puliti... eravamo poveri, ma c’erano persone che vivevano in miseria più di noi...". Le scarpe rotte e il freddo; le piaceva andare a scuola e disegnare, ma mancavano i soldi per farla studiare. Era difficile crescere tanti figli. Non c’era corrente elettrica, ma solo qualche candela e lampade a olio, che venivano spente appena il sole tramontava. Il periodo trascorso in Liguria, frequentando la V elementare. Lei era l’unica in famiglia che sapeva leggere e scrivere, anche se lavorava duramente per aiutare la madre. Antonietta ricorda le malattie del padre che peggioravano la situazione, ma anche i viaggi di notte con lui per andare a vendere gli animali "...Illuminati dalla luna... chiacchierando il viaggio sembrava più corto...".

Poi nell’Aprile del 1988 "...Un giorno sono tornata in campagna e ho rivisto la casa crollata... sono andata dove abita mia sorella e sono cresciuta... il suo racconto si interrompe all’improvviso e le ultime parole scritte male, ritornano ai ricordi della sua infanzia e parlano della bicicletta scassata...".


Nel secondo capitolo è la figlia a narrare i momenti difficili della scoperta della malattia della madre, diagnosticata nel 1997 "...Non conoscevamo l’Alzheimer... proprio a lei che aveva avuto un’infanzia così difficile...". Le visite  e la diagnosi di Alzheimer moderato "...Per me è stato un colpo al cuore. L’Alzheimer aveva colpito le aree del cervello relative alle funzioni cognitive e quelle delle relazioni... ciò che vi è di peculiare nell’uomo…".


Antonietta aveva 58 anni e voleva stare a casa sua, non nel centro dove era stata ricoverata. Le crisi, le corse per calmarla fino a "...Quando non mi ha riconosciuta e mi ha salutata dicendomi... Buongiorno signora...".  L’ospedale, gli psicofarmaci, poi la decisione di portarla a casa. Ma dopo 12 anni la situazione peggiora in quanto la donna non è più in grado di mangiare. Nel frattempo le piaghe da decubito avevano reso necessaria una badante che curasse un corpo ormai fragile, che la figlia tenta di ricucire nel disegno accluso. Il marito è sempre stato al fianco della moglie. Poi la morte a 68 anni nel 20015 "...Mia madre aveva smesso di soffrire e con lei anche noi...". Nello stesso anno sono diventata un’insegnante d'Arte.


Nel terzo capitolo l’autrice traccia la storia della malattia, dal suo scopritore nel 1907. Seguono informazioni utili per conoscere i sintomi, l’evoluzione, preparare i familiari ad affrontarla. Ne descrive le quattro fasi. La prima (durata 2/4 anni) prevede lievi disturbi di memoria, difficoltà ad orientarsi e a trovare le parole giuste. Nella seconda fase (2/10 anni), si aggravano i primi sintomi, per cui necessita una maggiore assistenza nelle attività quotidiane e si presentano cambiamenti di umore. La terza fase (durata circa 2 anni), comporta un peggioramento del malato che necessita di  un’assistenza continua, in quanto perde quasi del tutto la capacità linguistica, ma può mantenere altre capacità comunicative del corpo. Generalmente non riconosce i familiari, né le proprie necessità quotidiane. Infine, nella quarta fase quella terminale, la più rapida (6/12 mesi), il paziente richiede cure costanti per ogni sua funzione vitale e la morte avviene in seguito a complicazioni di diversi tipi.

Il quarto capitolo è scritto dalla psicologa Noemi Angelini, amica dell’autrice, che  racconta la propria esperienza in qualità di Responsabile del Centro Alzheimer Sanremo. Affrontando le origini della malattia evidenzia il ruolo avuto dal neurologo Gaetano Perusini nel portare avanti le ricerche iniziate dal dott. Alzheimer. Era un medico abile nella ricerca, ma anche un uomo che morì giovane mentre curava i soldati durante la guerra.


La dott.ssa Angelini definisce l’Alzheimer uno "scacco alla ragione" in quanto non segue nessun tipo di logica. Come diceva Albert Einstein "...La struttura alare del calabrone non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso...".

La dott.ssa inoltre evidenzia come spesso sono le emozioni importanti della vita che aiutano i pazienti "...ad andare oltre la scienza...".

Per questo, alcuni  possono dedicarsi al ballo, cantano ricordando le parole, oppure fanno giochi di precisione anche quando la metà del corpo è paralizzata. Le persone che hanno l’Alzheimer in genere non lo sanno. La dottoressa durante la sua attività ha conosciuto molti pazienti, familiari, caregiver, e li ha prima accolti e poi aiutati. I familiari sono i più coinvolti da questa malattia che cancella subito i ricordi  più belli, mentre lascia quelli negativi "...Tutta le realtà intorno a loro si sgretola...".


Quindi il supporto ai familiari risulta di vitale importanza, come la terapia con la musica, gli animali, le bambole, uno sport soft. Sono nati per queso i gruppi di auto aiuto tra familiari, per sentirsi più capaci e meno soli nella gestione della malattia. Le feste annuali tutti insieme, dipingere, raccontare delle località che ricordano. Le strategie messe in atto dalla dottoressa Angelini sono state tante ed efficaci. Poi con il Covid tutto è finito, ma i malati hanno insegnato che il tempo non è così importante "...Loro non lo riconoscevano da anni...".

Poi il Centro Diurno è stato chiuso. Ma la dottoressa ha scritto la sua esperienza con quei malati in un libro, Radici e pennellate di vita. Chi sono loro e chi vediamo noi,  che è stato illustrato da  Monica con la magia dell’arteterapia. Grazie a due donne così capaci, le vite di alcuni pazienti verranno ricordate attraverso le loro parole e le loro immagini.


Nel quinto ed ultimo capitolo, La voce della figlia, l’autrice racconta come l’Arteterapia l’ha aiutata nei lunghi anni della malattia di sua madre. E’ stato per lei, malata da 10 anni, che si era iscritta a quel corso (2011) che si teneva ad Assisi.  Inoltre, proprio in un libro sull’Arteterapia aveva letto del pittore William Utermolhen, malato  di Alzheimer, che continuando a dipingere  i suoi autoritratti (1996/2000) mostrò i cambiamenti provocati dalla malattia. Infatti nel tempo il viso si trasformava fino a quando "...L’immagine di sé è ormai disintegrata, quasi inesistente...".


I viaggi ad Assisi, il lavoro interessante fatto insieme agli altri, la poesia alla madre "...Dove sei mamma? non ti vedo!... chissà dove sei finita...". Nelle pagine che seguono compaiono i disegni dell’autrice che mostrano la capacità di dare un senso al dolore, trasformandolo in immagini rassicuranti. Fino a quando "...l’ho sognata... le ho ripetuto di essere Monica, infine mi ha sorriso con amore materno e si è trasformata in una bellissima farfalla dai colori rosa e viola!...".

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